Mimmo Franzinelli

Rai, poltrone di ieri e di oggi
In un carteggio della Segreteria particolare di De Gasperi la storia della prima lottizzazione

«Repubblica», 7 giugno 2005

Il problematico rinnovo dei vertici RAI, il decentramento delle trasmissioni, il rapporto tra informazione e politica, il ruolo degli intellettuali nell'azienda radiotelevisiva ripropongono punti nodali già evidenziatisi al momento della nascita dell'azienda pubblica, nella seconda metà degli anni Quaranta, e per qualche aspetto già in epoca fascista. Nel 1930 la Società Idroelettrica Piemontese (gruppo IRI) acquisì il pacchetto di maggioranza dell'Ente Italiano Audizioni Radiofoniche (EIAR) e trasferì la direzione generale delle emissioni a Torino. Nella seconda metà degli anni Trenta gli uffici romani furono gradualmente rafforzati, senza tuttavia intaccare la piemontesità del sodalizio, riconosciuta esplicitamente da Mussolini il 29 gennaio 1938 in un'impegnativa dichiarazione rilasciata al presidente dell'EIAR, lo scienziato Giancarlo Vallauri (presidente dell'Istituto elettrotecnico Galileo Ferraris): «Quando venni a Torino, promisi che a Torino non sarebbe stato tolto altro. Il prefetto mi ha telegrafato la diceria che l'EIAR sarebbe venuto a Roma. Gli ho risposto che mantenevo la promessa e ho dato istruzioni in tal senso a Alfieri [ministro della Cultura popolare]. Per questa faccenda c'è la mia parola e non deve esserci neppure l'impressione che la parola da me data non sia mantenuta». La trascrizione del discorso del duce figura in un corposo incartamento della Segreteria particolare di Alcide De Gasperi per gli anni 1947-51, che getta nuova luce sulle origini della RAI e - di riflesso - sulle controverse vicende odierne, particolarmente il travagliato spostamento della seconda rete a Milano.
L'emergenza bellica impose l'accentramento della direzione radiofonica nella capitale, ma la nascita della Radio Audizioni Italia si accompagnò a un'opzione aziendale decentrata, che nel 1945 collocava a Torino la Direzione generale, insieme alle ripartizioni tecniche, amministrative, del personale ecc. Il servizio radiofonico, ispirato a criteri pluralistici e a un'informazione per quanto possibile oggettiva, si articolava su una rete «azzurra» a carattere innovativo e su una rete «rossa» ispirata a standard tradizionali; la prima aveva sede a Torino e contava su uffici decentrati a Milano, la seconda trasmetteva da Roma e disponeva di una delegazione a Firenze. La direzione piemontese si configurava quale struttura principale, quella romana quale organismo accessorio.

La fine dei governi di unità nazionale, con l'estromissione di socialisti e comunisti dal quarto governo De Gasperi, costituitosi a fine maggio 1947, preparò l'unificazione del servizio-programmi, deliberata nell'autunno dello stesso anno dal Comitato direttivo dell'Ente. La più evidente novità consisteva nel trasferimento dal capoluogo piemontese alla capitale della «Rete azzurra», che includeva l'Orchestra sinfonica di Torino, direzioni delle compagnie di prosa di Milano e Torino, responsabile artistico nazionale, servizio musica operettistica e leggera, redattore capo del giornale radio. Dietro il nuovo assetto geografico stavano anche esigenze di controllo politico da parte dell'esecutivo. La riforma, modulata secondo canoni verticistici, fu contestata dalla CGIL (all'epoca sindacato unitario), dal Comitato centrale reduci aziendali (sic) e, per ragioni di campanile, dai deputati piemontesi. La posizione del presidente del Consiglio si configurò come appoggio distaccato alla strategia del democristiano Giuseppe Spataro, che nell'agosto 1946 aveva sostituito Arturo Carlo Jemolo alla guida della RAI. Linea confermata all'unanimità il 12 novembre 1947 dal Comitato di vigilanza sulle radiodiffusioni, che prese «atto con compiacimento della unificazione dei programmi della RAI a Roma, riconoscendone la piena opportunità». Differentemente dalla lottizzazione odierna, il Comitato - presieduto dal critico drammatico Silvio D'Amico - era composto da intellettuali autorevoli e indipendenti: dal musicista Bixio Cherubini al critico letterario Goffredo Bellonci, dall'accademico dei Lincei Pietro Pancrazi al germanista Bonaventura Tecchi. In favore dell'accentramento si costituì un'alleanza politica trasversale, che raggruppava il democristiano Paolo Bonomi (leader della Federconsorzi), il liberale Epicarmo Corbino, il socialdemocratico Matteo Matteotti, l'indipendente di sinistra Umberto Nobile, il qualunquista Guglielmo Giannini. Le motivazioni della scelta furono evidenziate, con una valutazione di carattere corporativo, dalla presidenza della Società Italiana Autori Drammatici: «Il decentramento della Direzione artistica della Radio non troverebbe giustificazioni di sorta, poiché a Roma hanno la loro residenza la maggior parte degli Autori e collaboratori dei programmi radiofonici». Valutazioni condivise da alcuni artisti, firmatari di un appello lanciato dal maestro Goffredo Petrassi. La mobilitazione in favore dell'opzione romanocentrica fu estesa e intensa, tale da travolgere le residue resistenze frapposte dalle sinistre e soprattutto dai torinesi. A nulla valsero proteste del personale e minacce di sciopero del canone: la direzione dei programmi e le due reti furono accorpate nella capitale, per una serie di «ragioni tecniche di funzionamento, in quanto un organismo del genere deve essere in stretto collegamento non solo col maggior numero di rappresentanti delle varie tendenze e dei vari ambienti artistici nazionali, ma anche col maggior numero di interpreti ed esecutori. Ora, è noto che a Roma vi sia una maggiore facilità di contatto non solo con autori, scrittori, musicisti ma anche con attori, cantanti ecc.» (dalla lettera di Spataro ai deputati torinesi, 5 dicembre 1947). Il ministro delle Poste e Telecomunicazioni, il socialdemocratico Lodovico D'Aragona, cui competevano le direttive generali e la vigilanza sui programmi, provò a opporsi, ma si trovò in difficoltà: il presidente della RAI rivendicò la «esclusiva competenza del Consiglio d'Amministrazione della Radio» (lettera del 20 gennaio 1948) e confidò a De Gasperi l'intenzione di bloccare le ingerenze di D'Aragona: «Devo farti presente che non potendo il Ministro delle Poste darmi un ordine in questa materia, e sconfessare quindi il provvedimento preso dal Consiglio d'Amministrazione che rimarrebbe esautorato, io non potrò tenere in alcun conto l'ordine che verrà dato. La gravità di quanto ti scrivo non ti potrà sfuggire e perciò chiedo il tuo interessamento presso il Ministro D'Aragona, prima che questi faccia un passo sbagliato» (22 gennaio 1948). La prova di forza si concluse con la sostituzione di D'Aragona con Angelo Raffaele Jervolino alla titolarità delle Poste nel nuovo governo De Gasperi, varato nel maggio 1948; gli sarebbe succeduto, nel luglio 1951, lo stesso Spataro. Dopo il trionfo elettorale del 18 aprile 1948 la partita RAI si giocava interamente in casa democristiana, come dimostra la corrispondenza riservata intercorsa tra Spataro e De Gasperi, dalla quale risulta che i nuovi assetti RAI scaturirono dall'intesa stretta tra ministro delle Poste, segretario della DC, presidente dell'IRI e capo del governo.
Una lettera del 19 dicembre 1951 di Spataro a De Gasperi illustra le linee della riforma e fissa rigidi controlli politici sull'Ente radiotelevisivo: «È previsto che la RAI dovrà mettere a disposizione del Governo fino a due ore al giorno le stazioni di radiodiffusione per i comunicati governativi, oltre all'obbligo di prestare la sua opera per manifestazioni di interesse generale. È previsto che oltre che per ragioni militari anche per gravi motivi di ordine pubblico il Governo potrà sospendere o limitare l'esercizio ed eventualmente prendere possesso degli impianti. Per gravi motivi di ordine pubblico, il Ministro dell'Interno d'intesa col Ministro delle Poste può modificare il piano di massima dei programmi e degli orari». Si comprende dunque che l'accentramento delle direzioni e dei programmi era funzionale al controllo delle trasmissioni; consumatasi la breve parentesi dei governi di unità nazionale, alla gestione pluralistica e decentrata subentrò il modello di azienda burocratica, cinghia di trasmissione del partito cattolico. Oggi, al tramonto della seconda repubblica, la situazione di impasse fotografa le difficoltà di una transizione verso nuovi equilibri politico-culturali.

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