Mimmo Franzinelli

Introduzione a Massimo Storchi, Il sangue dei vinti
(Aliberti editore, Reggio Emilia, 2008)

  Dalla strada al tribunale si apre con la cruda realtà della giustizia sommaria post-liberazione, cui seguono l'esame dei processi celebrati nel 1946 e l'applicazione dell'amnistia Togliatti; poi Massimo Storchi approfondisce l'analisi del 1944-45, in un affresco storico dal quale balza con forza la realtà scabrosa di una provincia in cui le dinamiche della guerra civile sono amplificate, per una molteplicità di fattori che scopriamo pagina dopo pagina. Questa preziosa monografia ricostruisce in tutta la sua concretezza la «guerra di ritorno», con i tragici conflitti ingaggiati all'ombra dell'occupazione nazista tra l'apparato repressivo della RSI e un partigianato di prevalente matrice comunista.

Ad un decennio da Combattere si può. Vincere bisogna (Marsilio 1998) e dopo alcuni densi saggi sul periodico «RS – Ricerche storiche», con questo volume Storchi completa lo studio di un periodo cruciale della storia contemporanea, avvalendosi di documentazione di estremo rilievo, in grado di riverberare l'asprezza della dominazione fascista e di ricollegarvi la violenza partigiana, dentro una comunità lacerata da fenomeni sino ad allora mai sperimentati. Alle fonti coeve, prodotte dall'apparato della RSI, si affiancano testimonianze orali e la fitta memorialistica resistenziale dei protagonisti della guerra di liberazione; l'Autore tiene inoltre conto degli studi di Guido Crainz e dei pochi altri studiosi della transizione tra guerra e pace. L'elaborazione statistica sulla giustizia sommaria (in calce al primo capitolo) consente di quantificare il fenomeno della resa dei conti del 1945-46, ridimensionando le mitologie alimentate da Giorgio Pisanò e dai suoi epigoni. Ma anche interrogandosi – e interrogandoci – sull'essenza stessa della violenza e sulla sua reale «produttività», in quello specifico momento e come lascito ereditario alle future generazioni.

La prima immediata riflessione è che il libro di Storchi ponga rimedio a un profondo deficit di ricerca storica, se ancora oggi – a un sessantennio e più dalla fine della guerra – suscitano clamore le diatribe sul «triangolo della morte», come se il tempo trascorresse invano e si tornasse sempre al medesimo punto. Le polemiche sulla violenza post-liberazione si dimostrano in tutta la loro sterile strumentalità quando ad esse si contrapponga l'analisi pacata e documentata di quel tormentato triennio. E, per Reggio Emilia, oggi è possibile sostituire alla trattazione moralistica o addirittura propagandistica l'esame storico. In vari capitoli del libro ritorna, attraverso l'opposto punto di vista dei carcerieri e delle vittime, la situazione in vigore nel carcere politico di via dei Servi, dove i prigionieri sono regolarmente seviziati, con la spada di Damocle dell'eliminazione senza preavviso, in esecuzioni sommarie mascherate da sparatoria per sventare improbabili fughe. Imperversano, all'ombra del potere tedesco, bassezze di ordinaria quotidianità quali il prelievo delle scarpe ai prigionieri nell'imminenza dell'esecuzione. La Squadra politica della Questura all'occorrenza si traveste per operazioni sporche, con metodi di violenza privata che richiameranno una risposta eguale e contraria da parte dei compagni delle vittime, dopo la sconfitta nazifascista. L'accorto uso delle spie miete vittime tra i civili, in spedizioni notturne concluse nel sangue. Questi alcuni fra i temi documentati dal volume, che costringe a dolorose letture su forme di tortura incredibilmente raccapriccianti, in pagine dalle quali s'intuisce l'addensarsi della rabbia vendicativa che, accumulata per mesi, troverà sanguinoso sfogo appena le circostanze lo consentiranno. Paradigmatica la sorte del maresciallo della GNR Giuseppe Sidoli, comandante delle guardie al carcere dei Servi, ucciso il 18 maggio 1945 da due partigiani: il suo cadavere sfila per le vie cittadine tra una folla strabocchevole, animata da risentimenti che ci appaiono disumani (chi sputa, chi sghignazza, chi vorrebbe fare scempio delle spoglie...) ma che aveva evidentemente una loro ragion d'essere. In questo caso i due partigiani si resero strumento di «giustizia popolare»; per Sidoli l'alternativa alla fucilazione consisteva nel linciaggio, tipico «delitto di folla» di quella spietata primavera.

Dalla strada al tribunale contiene un'essenziale periodizzazione, utile per cogliere continuità e cesure della vita di una comunità. La violenza della RSI – sotto forma di fucilazioni di partigiani e di rappresaglie contro i civili – perdura in forma virulenta sino alla fine della guerra, senza alcuna attenuazione nemmeno quando, nella primavera 1945, una forma elementare di prudenza suggerirebbe a ufficiali e militi atteggiamenti più consoni all'ora. Alla liberazione segue un mesi di giustizia sommaria, intensa e senza mediazioni (in particolare l'ultima settimana di aprile e i primi tre giorni di maggio); da giugno si registra per circa un anno l'alternanza tra periodi di bonaccia e crudeli spedizioni contro «nemici di classe», nella regolazione di conti pregressi. Storchi documenta come le ritorsioni a ridosso della liberazione siano vieppiù sanguinose quanto più la smobilitazione delle formazioni partigiane abbia lasciato campo libero alle iniziative individuali o di piccoli nuclei di ex resistenti, che ripropongono il meccanismo della guerra clandestina: prelievo di ostaggi e loro eliminazione. La memoria lunga dell'oppressione classista e della guerra civile strisciante del 1921-22, quando il rullo compressore dello squadrismo aveva distrutto il tessuto associativo delle leghe rosse, costa cara ai responsabili di soperchierie lontane nel tempo ma vicinissime nella percezione delle vittime e dei loro figli. La politica c'entra sì e no: s'intuisce, da queste pagine, la natura eminentemente personale, privata e al più familiare di ritorsioni a lungo covate, con rancore moltiplicato da anni di incubazione impotente. Comportamenti in contrasto stridente col legalitarismo togliattiano, che proprio a Reggio Emilia incontra i maggiori ostacoli, anche dentro la Federazione provinciale. L'illegalismo rispecchia peraltro difficoltosi reinserimenti nella vita civile, ovvero l'incapacità di adattamento alle ordinarie mansioni del dopoguerra: fenomeno ben descritto da Carlo Cassola in La ragazza di Bube, romanzo del 1960 ancora oggi utile alla storiografia; un testo che giganteggia, nelle sue valenze artistiche, dinanzi alla prosa monotona e alle trame ripetitive di volumi che oggi vanno per la maggiore. «Vendicatore», il giovane protagonista del libro di Cassola, sperimenta nella lotta partigiana l'ebrezza dell'uso delle armi e poi – nel deludente ritorno alla normalità – troverà nell'esortazione popolare a far pagare agli aguzzini dei suoi compagni l'alimento della missione giustiziera di cui si sente investito. Dinamiche che ritroviamo in diversi protagonisti della «giustizia di classe» qui ricostruite da Massimo Storchi.

Dalla strada al tribunale rivisita il versante della legalità, di Corti di Assise Straordinarie impegnate nella mansione giurisdizionale e condizionate dalla pressione popolare, in processi che, a poca distanza dai fatti, si reggono su una molteplicità di testimonianze comprovanti i metodi criminali della lotta antipartigiana, incluse violenze degradanti contro le giovani «ribelli» arrestate (valga per tutti la testimonianza di tre ragazze nel procedimento contro la banda Pilati).

Appare presto evidente, con l'emanazione dell'amnistia Togliatti e con la sua applicazione oltremodo estensiva da parte della magistratura (plasmata in buona parte dal regime e persistentemente ancorata a quei valori), che lo Stato applica agli imputati criteri di straordinaria generosità, considerati beffardi da chi ha avuto familiari o compagni di lotta uccisi in maniera brutale e ora vede quei criminali tornare liberi, nel giro di un paio d'anni.

Precisati caratteri e periodizzazione della giustizia post-liberazione, sommaria e non, Storchi affronta alcuni casi tra i più significativi della città e della provincia di Reggio Emilia. Si stagliano, nella parte centrale del libro, le figure-chiave dell'apparato repressivo della RSI, nell'interazione tra comandanti e gregari. Le figure del capitano della GNR Cesare Pilati e del segretario federale Guglielmo Ferri risultano più sfaccettate di come ci si aspetterebbe, in quanto rivelatrici dei forti dissidi che allignano nell'apparato politico-militare repubblichino, con aspre contrapposizioni personali. Pilati cade in disgrazia e viene addirittura arrestato per una serie di irregolarità che mascherano l'inimicizia dei nuovi dirigenti della Federazione (processato nel dopoguerra, sarà condannato a morte e fucilato). Ferri, esponente della corrente più radicale del fascismo repubblicano, capeggia una banda dedita a metodiche angherie contro la popolazione, da lui giustificate quale «reazione insesorabile, spietata, perché si possa alla fine trionfare sull'opera dei disfattisti, dei traditori». Fuggiasco nella fase finale dei combattimenti, verrà processato in contumacia e – considerati gli impressionanti riscontri a carico – condannato a morte; non sconterà un sol giorno di prigione e l'amnistia lo restituirà alla vita civile.

Massimo Storchi ha conseguito l'arduo obiettivo di una storia ri-composta, che dà conto dell'operato degli uni e degli altri, e coglie l'atteggiamento delle popolazioni, grazie all'ampia gamma di fonti in grado di mostrare i differenti punti di vista e di consentire un approccio complessivo agli eventi. Senza abdicare alla funzione di coscienza critica dello storico, la cui passione emerge nella precisione e freschezza con cui avvicina i drammi del 1943-46 (e nel lucido disincato delle «Note dell'Autore» sulla caduta dei “miti” resistenziali e la nascita di nuove vulgate), dalla meteora della RSI all'alba della democrazia, attraverso una transizione inevitabilmente sofferta: un testo, in conclusione, di fondamentale importanza per la comprensione del presente.

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