Mimmo Franzinelli
Copertina de ’Il Duce proibito’
Il Duce proibito

Edito da: Mondadori

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Il regime fascista mise in campo una macchina mediatica formidabile. A guidarla fu lo stesso Mussolini, regista di un'autorappresentazione basata su canoni rigidissimi, che escludeva con zelo iconoclasta qualsiasi ritratto difforme dal modello prestabilito. Il monopolio dell'immagine di Mussolini, affidato all'Istituto Luce, si accompagnò a direttive vincolanti e a censure che provvidero alla corretta esecuzione del disegno propagandistico.

Il monumento che il duce inventò per se stesso era il trionfo del multiforme. Il capo doveva ricoprire tutti i ruoli possibili, in obbedienza al principio secondo il quale il dittatore deve essere inimitabile per scoraggiare qualsiasi concorrenza. Ciò nonostante, il ventaglio delle immagini “consentite” si riduce a pochi stereotipi:la posa imperiale, la folla acclamante, la superiore competenza in ogni campo.

Tutto il resto finisce nelle foto scartate, e lì cadono i veli: le piazze sono mezze vuote, le prodezze del duce non sono affatto eccellenti, accanto a lui compaiono uomini più eleganti, più abili, oppure ci sono italiani sofferenti, malati, mutilati di guerra, o religiosi in tonaca che portano male, e soldati che non tengono la fila o che sbagliano il passo romano.

L'azione di censura fu capillare e pervicace. Ogni fotogramma era vistato dal duce e riportava sul resto un «Sì» o un «No». Nel 1934 le immagini proibite furono 78; nel 1935, 145; nel 1936, 253; nel 1937, 528; nel 1938 salirono a 625, per scendere a 486 nel 1939 e lievitare progressivamente nel periodo bellico. Un ingente numero di scarti che Mimmo Franzinelli e Emanuele Valerio Marino hanno esaminato, selezionando quelli più significativi – tra il 193o e il 1943 – e portando così allo scoperto la realtà vera con tutto il suo potere dissacrante.

Accanto alla verità delle foto c'è quella della stampa di regime, citata nelle didascalie, in una dissonanza insieme ribelle e inquietante. E ci sono le veline del ministero della Cultura popolare e della Segreteria del PNF che prescrivono la versione ufficiale di quanto deve ancora avvenire o ne impongono il totale oscuramento. Testo e immagine raccontano una storia inedita, non patinata, implacabilmente autentica, come avviene quando cade l'artificio.
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