Mimmo Franzinelli
Il delitto Rosselli

Edito da: Mondadori

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DA  «LIBERO»

E' preziosa la ricostruzione storica che Mimmo Franzinelli ha dedicato alla personalità di Carlo Rosselli ed alla sua uccisione, insieme al fratello Nello, settanta anni fa in Francia.
La contrapposizione di Carlo Rosselli con i comunisti fu all'epoca tale che non poche ricerche ipotizzarono una collusione dei servizi segreti sovietici con gli autori materiali del delitto, dato che le ripetute accuse di filotrotzkismo lanciate contro di lui e i suoi seguaci in Spagna equivalevano in quelle settimane a vere e proprie condanne a morte. Infatti Rosselli considerava una barbarie le stragi di anarchici in Catalogna, tra cui l'uccisione di Camillo Berneri, l'anarchico che lo affiancava nella guida della Prima colonna italiana formata da tremila antifascisti, i primi accorsi in Spagna.
Franzinelli scarta questa ipotesi e nella seconda parte del libro conduce una meticolosa e appassionante inchiesta a partire dalla precisa identificazione degli appartenenti al gruppo paramilitare dell'estrema destra francese, la Cagoule, che tese l'agguato mortale ai fratelli Rosselli. Da lì risale all'Ovra e alle dirette responsabilità del controspionaggio miliare italiano e di Filippo Anfuso, segretario di Galeazzo Ciano, genero e ministro di Mussolini. Il 9 giugno 1937, mentre rientrano in albergo, dopo una breve visita ad Alençon, i due fratelli Rosselli sono vittime di un'imboscata. Alcuni sicari li bloccano sull'auto in una strada di campagna e trucidano Carlo e nello. Non senza lasciare tracce. Le ricerche condotte da Franzinelli negli archivi e con materiale finora inedito riempiono il vuoto lasciato dal sostanziale fallimento degli accertamenti giudiziari in cui la nostra magistratura ha finito per trascurare il legame tra glia ssassini e l'Italia, conlcudendo il processo presso la Corte d'assise di Perugia nel 1949 con assoluzioni generalizzate.

(9 giugno 2007 UGO FINETTI)

 

DA  «L'UNITA'»

Il bel libro di Franzinelli ricostruisce ricostruisce in maniera analitica una costante che caratterizza i processi che si svolgono prima in Francia poi in Italia. In Francia si condannarono in pratica i gregari e si lasciarono fuori i veri organizzatori del crimine. I processi italiani sono una prova eloquente della continuità dello Stato fascista dopo la Liberazione, soprattutto nelle istituzioni vitali della giustizia e delle forze armate che ostacolarono in maniera decisiva il far giustizia e il segnalare i delitti di un regime che disponeva ancora di forza non piccola, pur dopo la sconfitta politica e militare seguita al conflitto mondiale.

(8 giugno 2007 NICOLA TRANFAGLIA)

 

DAL  «CORRIERE DELLA SERA»

Nelle pieghe del delitto Rosselli spunta un nome illustre e inaspettato: François Mitterrand. Da giovane vicino all'estrema destra, il futuro presidente socialista era amico di uno degli assassini, Jean Bouvyer, e nel dopoguerra lo pretesse, consentendogli di fuggire in Sudamerica, benché fosse coinvolto nelle persecuzioni antisemite di Vichy. Ne parla Mimmo Franzinelli ne Il delitto Rosselli, che si occupa anche dei mandanti del crimine.
A tal proposito i processi tenuti in Italia nel dopoguerra approdarono a un nulla di fatto, cioè alla sentenza, emessa a Perugia nel 1949, che assolse per insufficienza di prove gli ufficiali dei servizi segreti fascisti Santo Emanuele e Roberto Navale, che pure apparivano pesantemente implicati, e con formula piena il diplomatico Filippo Anfuso. Ora però nuovi elementi accreditano una verità storica diversa da quella giudiziaria. E non solo per Emanuele e Navale, la cui assoluzione fece scandalo, ma anche per Anfuso, di cui Franzinelli ha consultato le carte personali depositate a Lugano. Braccio destro di Galeazzo Ciano al ministero degli Esteri, poi ambasciatore delal RSI a Berlino, infine deputato ed esponente di spicco del Movimento sociale italiano, Anfuso era molto legato a Emanuele, siciliano come lui, e partecipò direttamente alle trattative con i terroristi francesi, incontrando due volte, alla vigilia del delitto Rosselli, i loro dirigenti. La sua stessa accorta strategia processuale induce Franzinelli a ritenere che non fosse estraneo all'ideazione dell'agguato.

(7 giugno 2007 ANTONIO CARIOTI)

 

DA  «IL CITTADINO»

Franzinelli attinge e fonda la sua ricostruzione su una documentazione ricchissima sia sul piano bibliografico che su quello documentario: egli è un assiduo frequentatore dell'Archivio centrale dello Stato di Roma, ma in questo caso attinge anche all'Archivio di Stato di Perugia e dell'Istituto della Resistenza in Toscana, all'archivio della Fondazione Feltrinelli di Milano, della Fondazione Nenni di Roma e della Fondazione Prezzolini di Lugano. Il suo lavoro storico ha il merito di farci appassionare al dramma vissuto dai familiari e da una generazione di antifascisti sul finire della primavera di settant'anni fa, ma anche di farci riflettere sul coraggio e la coerenza di un oppositore (e dei suoi familiari), su un caso di giustizia mancata, inquinato da depistaggi di Stato con cui si cercò spudoratamente di addossare la responsabilità del delitto ad ambienti degli esuli antifascisti.

(7 giugno 2007 ERCOLE ONGARO)

 

DA «TUTTOLIBRI»

Il delitto fu compiuto in modo tecnicamente riuscito, ma non abbastanza da non lasciare tracce, che portarono ai suoi autori materiali. Ma di là cominciò un'altra storia, quella del processo, che produsse nelle sue diverse fasi francesi e in quelle italiane esiti sconcertanti. Bene ha fatto Mimmo Franzinelli, ormai tra i massimi specialisti sia del mondo di «Giustizia e Libertà» sia delle strutture repressive del regime fascista, a ricostruire per filo e per segno questa brutta storia che ricorda analoghe vicende, finite, in questo nostro Paese dove quasi nessuno paga per le sue colpe, con un bella mano di vernice sbiancante sul passato.
Con questo libro si può asserire che tutto quanto (o quasi! la ricerca non si chiude mai, e nuove fonti sono sempre possibili, e nel caso auspicabili) c'era da scoprire, almeno di essenziale, è stato portato alla luce, in un thriller che avvince e deprime.

(2 giugno 2007 ANGELO D'ORSI)

 

DA «DIARIO»

Franzinelli riesce nell'intento di mettere insieme vari tasselli di un quadro concettuale che rincorre da vari anni e che in forme diverse h affrontato in molti suoi lavori precedenti (in particolare I tentacoli dell'Ovra, Bollati Boringhieri 1999 e L'amnistia Togliatti, Mondadori, 2006).
Questo libro ha essenzialmente due meriti. Non solo di riaprire al vicenda, ma soprattutto di seguirla su quel terreno per cui essa si rende comprennsibile. Uccidere Rosselli da parte del regime è prima di tutto colpire un avversario, ma soprattutto è riacquistare una propria dignità mentre va diffondendosi l'immagine della propria inefficienza e anche della debolezza dell'esercito italiano sconfitto a Guadalajara poche settimane prima di quell'assassinio e che anzi forse contribuisce, quella sconfitta, ad accelerare.
Franzinelli ricostruisce con attenzione i legami tra il ministero degli Esteri italiano e i Cagoulards, col passaggio di armi e munizioni che il governo favorisce a vantaggio dei Cagoulards, della rete di protezione di cui questi godono. Questi legami, tuttavia, non sono destinati a esaurirsi una volta compiuta l'azione. Proprio perché sono strutturali e organici essic ontinuano anche dopo, fino a trasmormarsi in sistemi di protezione che ancora si ripetono nel secondo dopoguerra quando l'inchiesta francese sulla morte dei Rosselli prova a dare concretezza agli indizi che condurrebbero alle responsabilità di governo dell'Italia fascista. Il tentativo fallirà epr vari motivi, non ultimo perché anche all'indomani della caduta del fascismo importanti segmenti delgi apparati italiani, nonché di intellettuali che dovevano restituire favori (tra questi Franzinelli indica per esempio Vitaliano Brancati) preferiscono rimuovere.
Una storia che per molte volte si sarebbe ripresentata nella storia dell'Italia repubblicana. Anche per questo «ad ascoltarli, i morti la storia la raccontano».

(25 maggio 2007 DAVID BIDUSSA)

 

DA «LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO»

Da questa puntuale ricerca balza il quadro impressionante di complicità e di corruzione morale degli uomini del regime e al contempo lo slancio ideale dei due incrollabili difensori della lotta per la libertà. Franzinelli cerca di far luce anche sui depistaggi e sul comportamento della stampa fascista che, dopo qualche esitazione, rilanciò la tesi della destra francese; per quest'ultima le responsabilità andavano cercate nei contrasti emersi nel fronte antifascista nel corso della guerra di Spagna, non escludendo anche l'ipotesi del coinvolgimento degli anarchici. Solo i prelati del Vaticano, come riferì un informatore della polizia italiana, non ebbero dubbi sulla matrice fascista del delitto. Nell'Italia del dopoguerra si abbatté una densa coltre di silenzio su uno dei grandi delitti politici del fascismo. La ricerca dei mandanti fu ignorata, nonostante le denunce e lo sferzante giudizio di Gaetano Salvemini.
Franzinelli dà luogo ad una scrupolosa indagine storiografica, in cui emerge il comportamento della magistratura italiana che con assoluzioni generalizzate sancite dalla Corte d'appello di Perugia nell'ottobre 1949 pose una pietra tombale sull'omicidio di uno degli avversari più temibili di Mussolini, ostacolo alla politica estera del regime, in una fase cruciale della guerra di Spagna. L'attenzione maggiore in questo saggio si concentra sugli aspetti della memoria corta del dopoguerra e sulla mancata punizione dei delitti del fascismo.

(17 maggio 2007 VITO ANTONIO LEUZZI)

 

DA «IL SOLE 24 ORE»

Emergono non pochi elementi di attualità in questa complessa ricostruzione del delitto Rosselli che Franzinelli pubblica nelle Scie di Mondadori, descrivendola come «anatomia di un delitto politico». In primo luogo, sotto un profilo storico e ideologico, ci richiama alla convulsa crisi in cui è caduta negli ultimi dodici anni la sinistra italiana, inasprendosi dopo la decisione di Ds e Margherita di dar vita al Partito democratico, una crisi ancora più grave di quella che travolse il movimento socialista nel primo dopoguerra e che proprio i fratelli Rosselli, in particolare Carlo, analizzarono con appassionato rigore traendone la prospettiva di un radicale rinnovamento che, probabilmente, accelerò la decisione diretta o indiretta di Mussolini di lasciare ai cagoulards francesi, gli incappucciati ammiratori e complici del fascismo, il compito di liquidarli.
Incidentalmente, ed è il secondo richiamo all'attualità implicito nel saggio di Franzinelli, non l'opera ma la figura di Silone, così come si è venuta rivelando da una qualche complicità con l'Ovra, patteggiata forse per amore di un fratello detenuto dai fascisti, viene riproposta in qualche modo con la desolante documentazione sull'impiego di non pochi componenti di Giustizia e Libertà come informatori e perfino come orditori di gravissime provocazioni ai danni dei Rosselli, con cui pure dividevano l'esilio e la lotta. Anche su questo aspetto dell'infamia totalitaria (di destra o di sinistra, non importa) le cronache attuali ci offrono singolari conferme, dal caso di Gunter Grass giovane SS al coinvolgimento di alti prelati polacchi nelle mene del Kgb sovietico; per non parlare di quel genuino capolavoro che ha firmato, sullo stesso tema con il film Le vite degli altri, il giovane regista tedesco Von Donnersmark.
Ma il capitolo più aghiacciante del saggio di Franzinelli è quello dell'assassinio dei Rosselli da parte dei cagoulards nei pressi della stazione termale di Bagnoles, un noir politico di selvaggia ferocia.

(13 maggio 2007 ANTONIO GHIRELLI)

 

DA «IL MANIFESTO»

Carlo Rosselli fece in tempo il 22 maggio a commemorare dall'esilio di Parigi la morte in carcere di Antonio Gramsci, prima di essere assassinato insieme al fratello Nello il 9 giugno 1937 a Bagnoles-de-l'Orne. C'è un presagio nelle sue parole: «L'ideale, lo si serve e non ce ne si serve. E, se necesario, si muore, con la semplicità di un Gramsci, piuttosto che continuare a vivere perdendo la ragine di vita». Particolarmente interessante nella ricerca di Franzinelli la ricostruzione del Preludio a un delitto, con la descrizione dell'attività irrefrenabile di Carlo Rosselli nel suo esilio, dopo l'approdo a Parigi nel 1929 in seguito alla clamorosa evasione dal confino di Lipari. La constatazione di Rosselli sulla fine dell'«accademia dell'esilio» («l'emigrazione italiana - scrisse - torna ad essere fatto vivo e presente nella storia italiana») intensificò l'attività delle spie e dei poliziotti che gli erano alle costole: i carteggi documentano i preparativi dell'assassinio, che fu auspicato dal ministro degli Esteri Ciano, coordinato dal suo segretario particolare Anfuso e messo in opera dal Servizio informazioni militari capeggiato prima dal generale Roatta e poi da Angioi, mentre i contatti con il gruppo operativo francese erano tenuti da Emanuele e Navale. A parte Ciano, fucilato a Salò, tutti costoro sarebbero riusciti a farla franca nel dopoguerra, profittando delle revisioni successive delle sentenze e delle amnistie, nonostante momenti di ammissione delle responsabilità nel delitto. I due ultimi capitoli del saggio, Francia: un processo tardivo e Italia: crimine senza mandanti proseguono l'accurata analisi già svolta da Franzinelli in L'amnistia Togliatti sulla memoria corta del dopoguerra e la mancata punizione dei crimini fascisti.

(29 aprile 2007 SILVIA CALAMANDREI)

 

DA «IL RIFORMISTA»

 Il vero nucleo del volume di Franzinelli ruota intorno a due questioni. Da una parte i rapporti tra fascismo italiano e movimenti di estrema destra francesi che fanno  della violenza e del crimine, i propri linguaggi politici; dall'altra la storia dei depistaggi, degli appoggi, della zona grigia soprattutto dopo la caduta del fascismo che funziona come rete protettiva intorno ai mandanti.
Dietro alla ricostruzione precisa dell'antefatto, della lunga storia di spionaggio e di sorveglianza cui è sottoposto Carlo Rosselli dal momento della sua clamorosa evasione dal confino di Lipari nel luglio 1929, dal suo arrivo in Francia e dalla fondazione del movimento “Giustizia e Libertà”, delle modalità con cui viene organizzato e realizzato l'omicidio di Carlo e Nello Rosselli, ciò che costituisce il vero nucleo del volume di Franzinelli è la lenta rimozione delle responsabilità dirette del regime fascista, in prima persona di Galeazzo Ciano, Ministro degli Esteri e del suo apparato, della rete spionistica italiana Una vicenda che scatta già nei giorni immediatamente successivi all'assassinio dei Rosselli e che poi si mantiene nel corso della storia giudiziaria di un processo che stenta fin dall'inizio. Un'indagine che all'inizio ha gli elementi per individuare gli assassini materiali e i mandanti  ma che è neutralizzata e vanificata dalla faciloneria delle indagini di polizia francese, e, soprattutto, dalle coperture, anche dopo la caduta del fascismo di importanti pezzi degli apparti italiani, nonché di intellettuali che dovevano restituire “favori” (tra questi Franzinelli indica per esempio Vitaliano Brancati)
Le indagini che all'indomani della fine del conflitto vengono riprese dalla magistratura francese in cerca di indizi e che dimostrino la connessione tra i gli esecutori materiali dell'assassinio – tutti membri del gruppo di estrema destra francese “Cagoule” e segmenti e apparati del Ministero degli esteri italiano e della polizia fascista – in prima istanza Filippo Anfuso, e Santo Emanuele - non trovano riscontri proprio per la rete d protezione, di depistaggio che salva nei fatti gli uomini del regime fascista implicati.
In mezzo accadono molte cose: il controllo sulla stampa e la diffusione della versione che scarica su parte dell'antifascismo (qualche volta gli anarchici, qualche altra volta i comunisti) la responsabilità e la premeditazione dell'assassinio politico.
Intorno alla vita e alla morte dei Rosselli si gioca dunque una partita simbolica, nata come dimostrazione di potenza del fascismo, ma poi anche occultata perché di difficile utilizzo a proprio vantaggio da parte del fascismo (il tentativo messo in atto dalla stampa italiana controllata dal regime, ma anche in alcune influenti testate francesi di ridurre tutto a un conflitto tra l'antifascismo fuoriuscito non riesce). Resta il fatto che proprio per le molte coperture, per una rete in cui molti fili personali si incrociano anche questo rimane un delitto senza una sentenza che colpisca e punisca i mandanti.
Era l'Italia della fine degli anni '40. Quando viene pronunciata una sentenza che al di là degli assassini materiali non individua i responsabili e i decisori. Una prefigurazione di molte altre storie e di molte altre vicende.
Anche per questo la storia di questo delitto, soprattutto ciò che accade dopo è interessante da leggere. In sintesi come storia in controluce di tante “Italie” che ci portiamo dietro e della lunga storia del fascismo anche oltre la sua caduta. Dei conti non fatti che rimangono sospesi.

(27 aprile 2007 DAVID BIDUSSA)

 

DA «AVVENIRE»

Lo stridente divario tra le realtà processuali, dove confessioni e ritrattazioni si sono scontrate soprattutto dopo la fine della guerra, e le risultanze storiografiche, viene ora colmato, grazie anche ad una esauriente documentazione in parte inedita, da Mimmo Franzinelli, con un libro che mostra ampiamente il ruolo di Carlo Rosselli. Ruolo in particolare interno dell'antifascismo, spesso rissoso, che era stato costretto a trovare rifugio all'estero, sopr attutto in Francia. È a Parigi che nasce, su suo stimolo, il movimento Giustiza e libertà che, in un'informativa del novembre 1935 al capo della polizia, Arturo Bocchini, viene definito «il più importante, più pericoloso, più attivo per ora». È a Parigi che Rosselli (mentre il fratello Nello, il cui antifascismo è altrettanto esplicito e noto, privilegia a Firenze la ricerca su alcune figure del Risorgimento) pubblica il suo «socialismo liberale» alternativo al fascismo, ma anche al comunismo e all'anarchismo. Il suo antifascismo, esposto in tutte le occasioni, che si esprime contro la guerra in Etiopia e che lo porta ad organizzare un intervento armato a sostegno del governo repubblicano in Catalogna (e a illudersi anche, dopo la sconfitta delle Camicie nere a Guadalajara, che il regime di Mussolini potesse finire) ne fa un personaggio scomodo, che parla sempre con franchezza, del quale il regime intende liberarsi in ogni modo. «Il maggior pericolo viene da Rosselli e, a mio modo di vedere, è assolutamente necessario sopprimerlo», scrive un altro informatore, nel 1934. Le spie del regime, gestite dal colonnello Emanuele, al vertice della III sezione del nostro servizio di informazioni (e in stretti rapporti con Ciano e soprattutto Anfuso), conoscono tutto di Carlo Rosselli. «Gli archivi fascisti rigurgitano di confidenze più o meno attendibili carpite a lui. Quando si sposta, tra gli interlocutori figura sempre una spia», osserva Franzinelli. In quegli anni Trenta dove il nazionalismo anticomunista sembra prevalere in Europa con forze politiche decise a tutto (mentre in Francia il Fronte popolare accende passioni e uomini), non meraviglia che il nostro controspionaggio abbia avviato contatti con la Cagoule, alla quale Rosselli viene descritto «come un trafficante internazionale, impegnato nel recupero di mezzi bellici per le organizzazioni filocomuniste». Al controllo ininterrotto delle nostre spie, si aggiunge ora quello degli incappucciati francesi. Si avvia quella che sarà chiamato affaire Rossignol. La sorte di Carlo Rosselli è segnata: per le sue idee, per le attività, per il suo impegno antifascista. Sia i fascisti sia la Cagoule sanno che Carlo Rosselli andrà per le vacanze a Bagnoles-de-l'Orne, dove è raggiunto dal fratello Nello. Entrambi vengono uccisi. Mentre in Francia le indagini procedono stancamente, in Italia i giornali si sprecano in una campagna ben orchestrata che cerca di accreditare come il delitto debba farsi risalire ad una faida interna all'antifascismo gestito dai comunisti bolscevichi o dagli anarchici. Ciò per le posizioni critiche assunte da Rosselli nei confronti di certo fuoriuscitismo. Anche i gerarchi fascisti cercano di respingere ogni responsabilità. Il colonnello Emanuele, che in tanti ritengono il mandante dell'assassinio, nel processo contro di lui nel 1944 riconoscerà di aver trasmesso ai cagolulars la direttiva di eliminare Rosselli «secondo quanto gli era stato ordinato dai superiori». Nel 1949 sarà assolto per insufficienza di prove. Anfuso sarà assolto con formula piena da ogni accusa, anche lui nel 1949. Ma, per Franzinelli, sapeva come erano andate le cose in quel tragico 9 giugno di settant'anni fa.

(21 aprile 2007 ANTONIO AIRO')

 

DA «REPUBBLICA»

«Il maggior pericolo viene da Rosselli e, a mio modo di vedere, è assolutamente necessario sopprimerlo». È il tranquillo parere di un italiano a Parigi al capo della polizia politica, del giugno 1934, ed è riportato nel volume di Mimmo Franzinelli Il delitto Rosselli. Il documento è uno dei tanti pubblicati nel libro. Attraverso essi l'autore ricostruisce la preparazione in Italia e l'esecuzione per mano francese dell'assassinio dei fratelli Rosselli. Nella prima metà del volume si seguono le trame italiane e le complicità francesi della rete dentro la quale cadrà Carlo Rosselli. [...]
La seconda parte del volume di Franzinelli, con documenti relativi alle indagini delle autorità francesi ed ai processi intentati sia agli esecutori del duplice assassinio sia, dal 1944 al 1949, agli esponenti fascisti italiani, a cominciare dal maggiore collaboratore di Ciano, Filippo Anfuso, cioè dirigenti del Sim, ufficiali dei carabinieri, informatori, eccetera, conferma che l'ordine partì dal tenente colonnello Santo Emanuele che dal 1934 aveva un ruolo guida nel controspionaggio ed era in rapporti stretti col Ministro degli esteri Ciano. Nel processo del 1944 confessò di aver trasmesso ai cagoulards la direttiva di eliminare Carlo Rosselli «secondo quanto gli era stato ordinato dai superiori» e «con l'approvazione di Ciano e di Anfuso». Ma Anfuso sarà assolto nel 1949 con formula piena e Emanuele, dopo la condanna all'ergastolo del 1945, sarà assolto nel 1949 per «insufficienza di prove». Così i tribunali italiani hanno risolto l' affaire Rosselli, lasciando agli storici il compito di giudicare quanto accadde in quel giorno di giugno di settanta anni or sono. 

(11 aprile 2007 LUCIO VILLARI)

 

DA «REPUBBLICA»

È anche questa una storia italiana di giustizia mancata, un omicidio rimasto senza mandanti. Per il delitto Rosselli non esiste verità giudiziaria. Sull'assassinio dei due fratelli, di cui ricorre il settantesimo anniversario (9 giugno 1937), indaga lo storico Mimmo Franzinelli in un volume annunciato da Mondadori per aprile (Il delitto Rosselli. Anatomia di un omicidio politico). La scoperta di ulteriori fonti permette di gettare nuova luce sui rapporti tra i francesi della Cagoule esecutori del delitto, il controspionaggio militare italiano e il vertice del ministero degli Esteri (Ciano e Anfuso). «Accanto alle ragioni politiche – dice Franzinelli – emergono le squallide ambizioni personali di due dirigenti del Sim, che utilizzavano i soldi dei servizi per aprire bar e case di tolleranza». Lo studioso ripercorre tutta la vicenda processuale nell'immediato dopoguerra, sia sul versante francese che italiano. «Dopo il procedimento del 1945, i successivi gradi di giudizio in Italia hanno visto presente una sola parte: la difesa degli imputati. La magistratura assunse atteggiamenti contraddittori, fino a un'assoluzione generalizzata». Davvero stridente il divario con le acquisizioni storiografiche.

(24 febbraio 2007 SIMONETTA FIORI)

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